Riporto sul sito un mio articolo precedentemente apparso su Renovatio 21.
Francesco Rondolini è collaboratore e «complice» di Renovatio 21 da tantissimi
anni. Francesco in questi giorni ha perso la nonna – a lui vanno le nostre più
sentite condoglianze. Ci ha mandato questo testo sull’importanza dei nostri
vecchi. Lo ripubblichiamo pensando a quanto sia vero, e giusto: il valore dei
nonni – loro che hanno curato noi, noi che ora curiamo loro – non va
dimenticato. Mai. Perché la Civiltà stessa dipende dall’amore che abbiamo per
loro, e loro per noi.
Da sempre ho vissuto con i nonni e i genitori accompagnandoli fino all’ultimo
giorno nelle loro rispettive sofferenze. Oggi siamo rimasti io e mia mamma.
Mia nonna, ultima rimasta, all’alba dei quasi cento anni se n’è andata
serenamente. D’ora in poi mancherà quella routine giornaliera fatta di faccende
domestiche in compagnia dei miei cari fino all’ultimo dei loro giorni, di concerto
con il mio lavoro. Accudire e coccolare una persona anziana e bisognosa, è stato
un privilegio raro che mi obbliga a ringraziare Dio ogni giorno per il miracolo
che mi ha concesso di poterci convivere per oltre quarant’anni.
Un tempo speso per accumulare tradizione, sapienza, affetto, amore, coccole,
gioie, ma anche dolori e difficoltà. La missione che mi sono trovato è stata senza
apparente scelta: rimanere al fianco delle persone a me più care.
Dopo la perdita di mia nonna, molte cose sono cambiate in un attimo, primo fra
tutte, la fine di un’era della vita. Gli scherzi, i dialoghi mattutini dicendosi
sempre le stesse cose, il prendersi cura, l’affetto reciproco, davano quello che è
l’essenza stessa della vita, ossia la vicinanza sentimentale, la presenza, la
condivisione di un qualcosa che con altri è impossibile condividere.
Una ricorrenza edificata dagli stessi gesti che dettano le giornate e danno un
senso profondo alla quotidianità. Il valore prezioso dei nonni, tanto più se vivono
nella stessa casa, è incommensurabile. La crescita, l’educazione impartita, in
taluni casi persino il lavoro in condivisione, sono tasselli che si aggiungono ad
una crescita formativa e spirituale.
In una società utilitaristica come quella in cui viviamo, troppe volte gli anziani
appaiono come un peso, un ostacolo ai nostri desideri, un impiccio alla
soddisfazione dei nostri effimeri egoismi. L’egoismo come ragion d’essere; «io
voglio vivere la mia vita», «pretendo di vivere la mia vita», oscurati da qualsiasi
afflato di bontà e carità verso il prossimo.
La disumanità che ci vede lasciare «i fragili» abbandonati a loro stessi, senza una
telefonata, senza una visita, senza una carezza, senza una parola di conforto.
Tutto questo in una società «moderna e inclusiva» è del tutto inaccettabile, ma
evidentemente l’inclusività non deve ledere la mia libertà personale, le mie
abitudini, la mia palestra, i miei aperitivi, le mie notti in discoteca, perché «ho
bisogno dei miei spazi e devo godermi la vita».
L’effimero che sovrasta il sacrificio della sostanza, un vizio perverso di questo
secolo.
Nella «demenza pandemica» dei distanziamenti sociali ci hanno detto che per
preservare i nostri nonni dovevamo stargli lontano, isolarli, come dichiarò il capo
della sanità dello Stato australiano del Queensland ha detto ai nonni di «non
avvicinarsi ai propri nipoti».
Come aveva riportato sempre Renovatio 21, in Giappone uno studio accademico aveva
registrato un omicidio ogni otto giorni, spesso accompagnato dal suicidio dal
coniuge o del figlio che forniva assistenza domiciliare all’anziano. L’isolamento
da COVID portò all’esplosione del problema. Il nodo della carenza di personale
qualificato in grado di offrire sostegno, ha sottolineato la difficoltà nel reperire
badanti o personale disposto ad aiutarci nella gestione dei nostri cari.
Mi aveva impressionato, sempre su Renovatio21, la storia di Yusuke Narita,
assistente professore di economia a Yale , che ha lanciato una sua proposta per
risolvere il problema dell’invecchiamento della popolazione giapponese:
bassissimo tasso di nascite (come l’Italia) e il più alto debito pubblico nel mondo
sviluppato portano il Paese alla prospettiva di non poter reggere il peso delle
pensioni. «Sento che l’unica soluzione è abbastanza chiara. Alla fine, non può
essere il suicidio di massa e il seppuku di massa degli anziani?»
Il Seppuku è un atto di sventramento rituale che era un codice tra i samurai
disonorati nel XIX secolo. Per qualche ragione, in occidente lo
chiamiamo harakiri, parola che è scritta con gli stessi ideogrammi ma è di letta
in altro modo: il significato è lo stesso, il taglio della pancia, l’autosbudellamento
rituale, quello che un po’ in tutto il mondo si conosce come peculiarità del
Giappone con i suoi infiniti sensi del dovere.
Sempre qui abbiamo parlato degli abusi e delle violenze tanto che secondo una
ricerca dell’Australian Institute of Family Studies (AIFS), quasi un anziano
australiano su sei (14,8%) riferisce di aver subito abusi negli ultimi 12 mesi e
solo circa un terzo di loro ha cercato aiuto.
L’utilitarismo nel tempo pandemico è arrivato al punto da sostenere che a fronte
di un lieve aumento dei casi COVID, in Svizzera – in cui il suicidio assistito è
cosa possibile – si tornò a parlare del protocollo medico per affrontare un
eventuale sovraffollamento delle terapie intensive. Tale procedura avrebbe
provveduto, in caso di scarsità di posti letto, che il medico competente poteva
decidere di non accogliere «persone che avevano un’età superiore agli 85 anni» e
persone con un’età superiore ai 75 anni che presentavano una di queste patologie:
cirrosi epatica, insufficienza renale cronica al 3º stadio, insufficienza cardiaca di
classe NYHA superiore a 1 e un tempo di sopravvivenza stimato meno di 24
mesi.
La solitudine e l’abbandono degli anziani è un altro annoso problema. I dati
ufficiali del governo canadese mostrano che circa la metà delle persone che non
sono malati terminali, desideravano porre fine alla propria vita tramite il suicidio
assistito di Stato.
L’Europa, l’ex culla della civiltà e della cristianità, per bocca del presidente del
più grande fondo sanitario belga, Christian Mutualities (CM), ha chiesto una
soluzione radicale al problema dell’invecchiamento della popolazione. Il politico
Luc Van Gorp dichiarò ai media belgi che alle persone stanche della vita
dovrebbe essere permesso di porvi fine.
La chiesa, la quale dovrebbe difendere e diffondere certi valori che inneggiano
alla vita, spesso è assente e conforme allo spirito del tempo, anzi, a volte pare
complice di certe «pratiche necroculturali» tanto che il Vaticano sembra aver
spalancato definitivamente le porte all’eutanasia.
Fortunatamente non tutti i porporati sono silenti su tali argomenti. L’arcivescovo
Nikola Eterovic, nunzio apostolico in Germania, ha messo in guardia dal
«suicidio» dell’Europa dovuto alla promozione dell’aborto, dell’eutanasia e
dell’ideologia di genere. Monsignor Eterovic ha lanciato l’allarme durante un
sermone nel suo paese d’origine, la Croazia, in merito alla grave crisi
demografica che sta attraversando la civiltà occidentale, aggiungendo che
l’Europa è afflitta da una «Cultura della morte» dovuta all’aborto e all’eutanasia.
Vede il crollo demografico nella maggior parte dei paesi europei come un «segno
di suicidio».
«La morte, preceduta dai dolori della malattia e dagli spasimi dell’agonia, è la
separazione dell’anima dal corpo. Con la morte cessa il tempo della prova e
comincia l’eternità», ci ricorda il bellissimo catechismo di San Pio X.
La vita è anche sofferenza e dolore. Non lasciamo i nostri anziani nel dolore
dell’animo e della solitudine, non macchiamoci del peccato dell’indifferenza e
dell’abbandono.
Io, con la mia nonna, ho fatto quanto dovevo – e non è stato nemmeno un
sacrificio. Perché, in ultima, è facile capirlo: la civiltà si fonda davvero
sull’amore. Anche quello per i nostri nonni.